Commento al Vangelo di Domenica 4 Giugno 2017 - Mistero Grande
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Commento al Vangelo di Domenica 4 Giugno 2017

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».
Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco.
E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». (Gv 20, 19-23)

 

Il Signore capovolge sempre le situazioni impossibili, questo è sicuro; i discepoli sono terrorizzati, paralizzati dalla paura, pregano, ma di nascosto; si riuniscono, ma a porte chiuse; mantengono a malapena quel barlume di fede, ma perché è ancora vivida la voce e il ricordo dello sguardo del maestro. Ancora qualche giorno, qualche imprevisto o delusione nella fede e sarebbe finito tutto nel dimenticatoio, come un bel sogno, bello da raccontare attorno a un fuoco, ma tutto finito.
Il sentimento che li attanaglia non è il dubbio, non dubitano che il maestro sia stato un ciarlatano, non dubitano dei miracoli visti, il sentimento che li sta attanagliando è il timore, la paura. Hanno il terrore che i giudei riservino a loro lo stesso trattamento che hanno riservato a Gesù. Hanno il timore del martirio, come biasimarli? Eppure qualcuno ai nostri giorni parafrasando i promessi sposi potrebbe dire: “il coraggio, uno non se lo può dare”.
Ma Gesù ci conosce bene, sa che da soli non possiamo nulla, da soli non c’è partita, anzi, con Lui presente e ancora vivo, sono scappati tutti; alla sua richiesta di preghiera al Getsemani non sono stati capaci di vegliare un’ora.

Questa visione dei discepoli in un certo senso ci conforta, sono uomini reali, uomini normali, di quelli che incontri tutti i giorni, facili a promettere impegno nel giorno della festa o infervorati per una testimonianza di fede, ma altrettanto facili a peccare pochi attimi dopo rispondendo malamente al coniuge o maltrattando il primo che gli passa accanto. D’altronde non erano rari i rimproveri di Gesù per la mancanza di fede di cui soffrivano i suoi discepoli.
Ma a noi sposi, uomini di oggi, protetti dalle nostre porte chiuse a doppia mandata, per paura del giudizio dei nostri vicini, cosa ci dice? A noi coniugi poco abituati a aprire queste belle porte blindate di casa, cosa dice?

Dice che se vogliamo la cartina tornasole del mandato ricevuto il giorno delle nozze, dobbiamo semplicemente guardare a quanto poco teniamo aperte le nostre porte di casa, per testimoniare la nostra fede, quanto siamo nella gioia o nella paura, e poi quanto riusciamo a perdonare. Questo basterà a farci capire come sposi a che punto nel viaggio della fede e dove siamo arrivati.
Ma lo Sposo Gesù dopo aver donato lo Spirito Santo unica persona capace di trasformare i cuori di noi pavidi fedeli, si sofferma particolarmente su un compito che gli sta molto a cuore, il “perdono dei peccati”, sì, facile a dirsi perdono, ma a trovarsi in certe situazioni i capelli diventano proprio bianchi dalla rabbia e in un batter d’occhio questa piccola parolina (perdono) viene relegata e concessa solo e soltanto nei pochi centimetri quadrati della porticina del confessionale.

Ma cosa è per noi sposi il perdono? Sicuramente perdono non è “rimettere i peccati”, liturgia sacramentale riservata esclusivamente al sacerdote ordinato. Allora come vivere in casa e in coppia la nostra liturgia del perdono?
Per noi sposi vale sempre la stessa regola, il Sacerdote dice il “chi e che cosa si perdona” concedendo poi l’assoluzione, noi sposi prima e dopo l’assoluzione prepariamo e viviamo il terreno del “come” si perdona, oseremmo dire che noi sposi siamo gli specializzati nel perdono, lo viviamo giornalmente, nelle situazioni quotidiane troviamo le palestre uniche per un continuo ed efficace esercizio del perdono.

Ma proprio per non cadere nella rete del maligno sgombriamo il campo dall’ignoranza e dalla confusione.

  • Anzitutto “perdonare” per noi Sposi, non è giustificare (= non mi ha fatto niente di male), non è scusare (non voleva farlo davvero; non è colpa sua…), non è dimenticare.
  • L’esperienza giornaliera ci dice che perdonare è unilaterale, è incondizionato, è una scelta libera (non può essere imposto) e infine richiede molto tempo (è un percorso).

Noi sposi siamo chiamati a comprendere che, come le ferite, il processo del perdono ha bisogno di cure particolari per una efficace rigenerazione dell’umano.

  • Sappiamo che il male si ferma sia impedendolo sia non ripetendolo.
  • E’ necessario disintossicarsi dagli effetti del male, non lasciandolo agire dentro noi stessi.
  • Mettiamo in evidenza che chi ha inflitto il male è altro rispetto al male stesso.
  • Mettiamo sempre al centro e al fine del perdono Dio, unico Amore in grado di restituire sacralità al nostro essere, sicuri che è l’unico che può riparare offesa e danno.

Solo presumendo Dio, non solo per l’offesa ma anche per il danno subito, possiamo sperare che ci sarà fatta completamente giustizia. Perché Dio non lascia che neanche un capello del nostro capo cada invano, cioè nel vuoto: Dio conserva tutto l’essere, tutto il Bene, per l’eternità.

Giuseppe e Giusy

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