Intervista La Nuova Bussola Quotidiana - Don Renzo Bonetti
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Intervista La Nuova Bussola Quotidiana

Intervista di don Renzo Bonetti alla rivista

 La Nuova Bussola Quotidiana

 

1) In Italia, secondo le statistiche, dal 1963 abbiamo perso circa 6.000 matrimoni religiosi all’anno, se andiamo avanti così fra circa 15 anni non ci saranno più matrimoni religiosi. Come può esserci Chiesa senza famiglia?

Siamo abituati, davanti al crescere delle separazioni e dei divorzi, all’aumentare delle convivenze e dei matrimoni civili, ad imputarne la responsabilità all’attuale cultura «anti famiglia» del cosiddetto villaggio globale. Raramente ci poniamo la domanda se noi come Chiesa, se i nostri matrimoni religiosi, in questi anni hanno dato o sono stati testimoni della bellezza delle nozze! Non possiamo pretendere che tutti i matrimoni siano stati così, ma dobbiamo chiederci se nelle nostre parrocchie ci siano stati matrimoni che hanno «segnato la storia» delle comunità, che hanno rivelato la bellezza che il Creatore ha impresso fin dal principio nelle coppie.

Dobbiamo imputare le colpe solo al mondo esterno o dobbiamo anche ammettere che probabilmente non abbiamo comunicato questa bellezza, che forse non siamo stati capaci di insegnare la bellezza della realtà della coppia e della sessualità? Abbiamo aspettato che questi doni ci venissero rubati, che la sessualità, che fa parte dell’immagine e somiglianza del «in principio», fosse deturpata per renderci conto che le persone non sanno più usarla come modalità di espressione di amore e di bellezza.

È una domanda che dovremmo porci, anche alla luce di un dato rivelativo: i Vescovi italiani, con un documento del 1975, hanno scosso la Chiesa italiana proponendo una profonda revisione dei corsi in preparazione al matrimonio e additando il Sacramento come fonte di bellezza, di santificazione, di impegno pastorale. Se allora quello fu uno snodo epocale, dobbiamo purtroppo constatare che tutt’oggi,  a 40 anni di distanza, si ripercorrono quegli stessi corsi! Credo effettivamente che dopo le indicazioni del Concilio e poi dei Vescovi italiani, non abbiamo saputo correre e percorrere fino in fondo lungo queste intuizioni, abbiamo pensato di poter recuperare ed evangelizzare il mondo che stava andando da un’altra parte rimanendo seduti.

Il crescere ed il maturare della mentalità delle persone circa l’amore e la corporeità non ha visto una analoga crescita nel corpo ecclesiale tale da renderci capaci di annunciare una spiritualità della vita matrimoniale e della sessualità, di far percepire la forza del dono dello Spirito che fa brillare la bellezza del corpo umano. Lo stesso san Giovanni Paolo II nelle sue Catechesi ha dato grande enfasi alla bellezza del corpo, al significato che ha, ma questo annuncio rischia di essere disatteso.

Tutto questo non tanto come dato teologico, quanto come prassi pastorale, forse perché occupati in troppo altre cose. Ma così facendo non abbiamo saputo mettere al centro la famiglia e ora che veniamo privati della famiglia ci rendiamo conto che non possiamo permettercelo, perché senza famiglia non comprendiamo la Chiesa. Se noi strappiamo le prime pagine della Sacra Scrittura, non restano in piedi tutte le altre, non trovano più significato, perché il progetto di Dio incomincia la dove individuiamo l’identità esatta dell’uomo: con il suo intervento creativo Dio vuole partecipare la Sua identità all’uomo. Se noi distruggiamo questo «in principio» (compresa la parte della caduta) non si capisce perché «il Verbo si è fatto carne».

La famiglia è «via della Chiesa» perché, come afferma la Gaudium et spes al n. 48, essa “renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina natura della Chiesa”. In un modo ancor più esplicito nella Lettera alle famiglie n. 19, san Giovanni Paolo II afferma: “Non si può, pertanto, comprendere la Chiesa come Corpo mistico di Cristo, come segno dell’Alleanza dell’uomo con Dio in Cristo, come sacramento universale di salvezza, senza riferirsi al «grande mistero», congiunto alla creazione dell’uomo maschio e femmina ed alla vocazione di entrambi all’amore coniugale, alla paternità e alla maternità. Non esiste il «grande mistero», che è la Chiesa e l’umanità in Cristo, senza il «grande mistero» espresso nell’essere «una sola carne», cioè nella realtà del matrimonio e della famiglia”.

Che cos’è la Chiesa se non questa unità assoluta nello Spirito tra Gesù, lo Sposo Risorto, ed il suo Corpo che è la Chiesa Sposa? Questa unità nuziale che viene celebrata tutte le volte che viene celebrata l’Eucarestia, questa unità, questa «Una caro» tra Cristo e la sua Chiesa, dove trova il suo «codice interpretativo» dell’essere un solo corpo, se non nell’essere un solo corpo dell’uomo –donna? Tutti gli stati di vita e le esperienze ecclesiali (l’amicizia, la fraternità religiosa, la comunità parrocchiale …) trovano il loro paradigma nel «solo corpo» che sono l’uomo-donna nel matrimonio.

In e da quell’unione comprendiamo la natura della Chiesa, comprendiamo il desiderio di Gesù “ho ardentemente desiderato mangiare con voi questa Pasqua”, perché lì culminava l’incontro di Dio con l’umanità, l’incontro di Dio con tutta la storia del mondo, il «senso» di ciò che Dio vuole realizzare nell’Eucaristia: incontrare ogni corpo.

Ma se questo corpo abitato dallo Spirito e fatto uno con l’Eucaristia non è il corpo che esprime tratti della gloria, che possiamo chiamare tratti della bellezza, come potrà essere segno? Noi siamo portatori di luce. Oggi i corpi degli uomini e delle donne sposati in Chiesa sono luce posta sul monte? Sono sale che danno il «sapore della bellezza»? Oppure le nostre coppie sono trascinate dalla corrente culturale e (se tutto va bene) a tratti mostrano qualche lampo di luce? Sappiamo, anche in questi percorsi per gli sposi, mostrare come la croce fa parte della luce, come la croce fa parte dell’amore, della grandezza dell’amore? Noi stessi, operatori di pastorale familiare, abbiamo staccato amore da sofferenza, amore da croce e quindi non possiamo pensare che i nostri cristiani possano essere testimoni, perché non sanno leggere le fatiche della coniugalità, della vita di coppia e di famiglia alla luce della croce. Non sanno leggere!

Occorre formare un «minimo» di coscienza sacramentale, attraverso una pastorale che sia anche formazione spirituale, cioè di una vita secondo lo Spirito, degli sposi cristiani. Di uno Spirito non disincarnato ma che fa brillare la bellezza di coppia.

 

2) Prima del sinodo, insieme ad altri intellettuali cattolici, lei ha firmato una lettera pubblica (“Commitment to marriage”) che forniva elementi interessanti per sviluppare una rinnovata pastorale per la famiglia. Quale fra le 9 proposte indicate in quella lettera ritiene sia la più essenziale e perché?

Innanzitutto faccio presente come in quella lettera il versante maggiormente sviluppato sia quello dell’impegno dei fedeli nel mondo, e ben volentieri ho firmato quella lettera perché indica lo sforzo e l’impegno di tante persone che vogliono tradurre in concreto il dono straordinario che il Signore ha dato agli sposi cristiani.

Dei 9 punti indicati, i quali hanno tutti una loro preziosità, ritengo sia fondamentale per il futuro quello relativo alla formazione dei sacerdoti, non soltanto in riferimento alle omelie ma per il loro modo di vivere accanto agli sposi. Sappiamo come a tutt’oggi la formazione dei futuri sposi dipenda dai preti, ma se i preti non conoscono la grazia del sacramento delle nozze è impensabile che possano educare gli sposi a comprendere e vivere la loro identità di chiesa domestica e la loro missione di sacramento per la missione. Come si può pensare di formare e preparare al sacramento del matrimonio, quando non si conosce che significato ha questo matrimonio nella Chiesa e nella società?

Nelle 9 proposte si mostrano alcune possibilità di attuazione di presenza nella società e nella Chiesa degli sposi ma non si deve dimenticare il fondamento di questo tipo di servizio che gli sposi cristiani sono chiamati a dare. Il fondamento di ogni tipo di servizio ecclesiale e sociale è in forza del sacramento delle nozze, poiché lì viene donata una «potenza di amore» che è esattamente lo Spirito Santo. Non possiamo pensare che i preti in forza dello Spirito Santo consacrano il pane ed il vino e poi dimenticare che gli sposi, in forza dello stesso Spirito, hanno il potere di far sentire l’amore di Dio per l’umanità e di Cristo per la Chiesa. Questo è il potere, il dono sacramentale che è dato agli sposi, il potere di alleanza, di contatto, di far sentire l’amore di Dio.

Teologicamente si dice che gli sposi attualizzano l’amore di Dio per l’umanità e di Cristo per la Chiesa. Ma cosa vuol dire attualizzano, dove l’attualizzano, con chi, come? Mentre del prete abbiamo previsto tutti i ruoli specifici, degli sposi non abbiamo assolutamente previsto quali siano gli atti che comunicano questo amore. Ripeto: se i sacerdoti non conoscono la teologia del sacramento del matrimonio, difficilmente potranno non solo fare omelie ma ancor più guidare gli sposi.

Abbiamo bisogno di sacerdoti che facciano da guida spirituale agli sposi, che preparino i fidanzati accompagnandoli al sacramento. Abbiamo bisogno di sacerdoti che sappiano che il loro non è un sacramento «solitario» per la Chiesa e per il mondo, bensì è un sacramento che va vissuto in comunione con un altro sacramento, quello delle nozze. Due sono i sacramenti per la missione, questo viene troppo spesso dimenticato! (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica n. 1533, 1534, 1535).

Siamo ben lontani dall’aver preso coscienza che il prete è chiamato a vivere la sua missione in «coabitazione», in collaborazione permanente con questo sacramento, che non sostituisce in nessuna parte, non ruba in nessun modo l’identità e la missione al prete, ma la esalta nell’incontro e nella comunione con la sua identità e missione specifica. Nella misura in cui recuperiamo questa identità degli sposi ne faremo degli sposi capaci di vivere il sacramento.

“Due altri sacramenti, l’Ordine e il Matrimonio, sono ordinati alla salvezza altrui. Se contribuiscono anche alla salvezza personale, questo avviene attraverso il servizio degli altri. Essi conferiscono una missione particolare nella Chiesa e servono all’edificazione del popolo di Dio” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1534). Il sacramento del matrimonio è un sacramento donato agli sposi ma «per gli altri». Mi domando come e quando noi prepariamo i fidanzati ad essere a servizio della Chiesa e della società? A meno che non intendiamo che a servizio della Chiesa significa soltanto fare attività parrocchiale. Viceversa «a servizio della Chiesa e della società» trova il suo fondamento e la sua possibilità nel sacramento del matrimonio. Noi abbiamo perso la dignità sacramentale degli sposi e abbiamo ridotto il matrimonio ad una pura benedizione!

Ma gli sposi in forza dello Spirito Santo quale missione specifica hanno? Molto spesso nel leggere i vari documenti, sostanzialmente si finisce per trovare definizioni generiche che non individuano la missione specifica degli sposi, definizioni che spesso possono andar bene anche per una buona coppia sposata civilmente o una coppia convivente. Non hanno «meno amore» gli sposati civilmente, sono anche loro immagine e somiglianza di Dio. Qual è allora la novità degli sposi cristiani? Perché sono costituiti missione per la Chiesa e per il Mondo? Essi possiedono una soggettività particolare e originale, una missione specifica nel popolo di Dio, ma chi la conosce? Sono contento che il Sinodo incentivi la cura e la formazione del prete, non di un «intellettualismo teologico» ma di far maturare nei preti la consapevolezza che essi sono in «con-missione» con il sacramento del matrimonio.

In terra di missione, ma anche nelle nostre parrocchie di antica tradizione, è usuale che il prete per compiutezza di ministero abbia accanto anche una comunità religiosa femminile, per indicare la comunione con questa via di consacrazione. Quando verrà attuato che un prete percepisca, sappia essergli necessario avere accanto a sé un gruppo di sposi i quali, in forza del sacramento del matrimonio, compiono la loro missione ecclesiale e sociale, siano con lui evangelizzatori, fermento dei «Chiesa in uscita»?

Gli sposi sono moltiplicatori della missione, non possono essere solo degli incaricati parrocchiali. Essi sono le venature, i vasi capillari della missione della Chiesa, perché sono collocate sulle strade, nei luoghi di lavoro, di svago, nelle abitazioni … Ma, ripeto ancora, se non hanno consapevolezza della missione e se colui che presiede la missione e la comunione (il sacerdote) non ne è consapevole, come potranno mai essere vasi capillari di questa Chiesa?

 

3) Tutti parlano di crisi della famiglia, pochi di crisi del fidanzamento. Ma il problema non è forse a monte? Cosa manca ai corsi prematrimoniali?

Credo che uno degli elementi che andrebbe affrontato relativamente alla crisi della famiglia, sia la crisi del fidanzamento, per come è vissuto, per i criteri con cui i fidanzati si scelgono, per le modalità con cui si preparano, per i tempi (talora troppo prolungati, altre troppo brevi) di preparazione. In questo senso c’è una crisi del fidanzamento.

Mi permetto di richiamare anche che probabilmente c’è una crisi ancor prima del fidanzamento. Perché il fidanzamento è così in crisi? Perché non siamo formati alla concezione di avere un corpo per amare. Non un corpo per essere amati, ma un corpo per amare. Non abbiamo maturato negli adolescenti e nei giovani la concezione che tutto il corpo è strutturato per comunicare e che questa comunicazione raggiunge i suoi più alti vertici (di sguardo, di tatto, di gusto, di «profumo» …) quando comunica amore e quando diventa recettivo e capace di accogliere amore, quando si rende conto che è amato e quando è messo nelle condizioni di amare. Allora il corpo raggiunge il più alto vertice del suo significato, perché non dice più ciò che è, il suo essere fisico, ma dice il suo essere interiore. Non abbiamo saputo coltivare questa capacità di amare, cioè di comunicare l’amore.

È più comunicata, insegnata, la capacità di ricevere amore. Abbiamo generato «spugne» di amore gigantesche, nei nostri bambini, nei nostri ragazzi, nei nostri adolescenti, sempre alla ricerca di essere amati. Li abbiamo abituati da piccoli ad essere coperti di un affetto fuori misura, coperti di peluche senza fine, di giocattoli, di risposte alle loro esigenze. Hanno sperimentato in modo infinito l’essere amati, l’essere amati da tutti, l’essere al centro costantemente di questo amore. Non che questo sia sbagliato ma non abbiamo altrettanto insegnato a «dare», a fare un sorriso a chi piange, un regalo a chi non ti regala niente. Non abbiamo insegnato a provocare l’amore, a saperlo donare, ma quasi solo a cercare chi ci ama.

Ma quando un fidanzamento è fondato, anche inconsciamente, sul «chi mi ama», chi mi fa sentire l’amore, allora sostanzialmente il rapporto dura il tempo che a me «sembra che l’altro mi ami». Nella misura in cui al donarsi gratuito si sostituisce l’uguaglianza del dare e dell’avere, la «contrattazione» si apre la porta alla crisi, diventa difficile il co-abitare. Il fidanzamento finisce per corrispondere al criterio del «mi trovo bene», sto bene con quella persona. Non avendo alle spalle un’educazione all’amore rischiamo così di avere un fidanzamento fragile.

Come Chiesa inoltre non riusciamo a proporre criteri di discernimento adeguati per verificare se questo fidanzamento porta ad un matrimonio che possa accogliere, dirsi e darsi il «per sempre». Per quanto conosco in nessun posto in Italia viene proposto un serio aiuto di discernimento psicologico, di verifica circa l’idoneità umana reciproca: se quello è l’uomo della mia vita, se quella è la donna della mia vita, se ha le caratteristiche essenziali che cerco; e ancora, se io sono l’uomo/donna idoneo alla sua vita. Manca questo discernimento umano  mentre, quando si forma un prete, il rettore del seminario va a verificare se ci sono le coordinate umane sufficienti perché questo possa essere sacramento.

Negli sposi non cerchiamo assolutamente se questo dato naturale esiste, se può divenire sacramento. Questo perché abbiamo finito per scambiare la grazia del sacramento del matrimonio con un diritto del battezzato, abbiamo scambiato il dono con un diritto a ricevere il dono. Ma il sacramento del matrimonio è un dono al quale ci si deve predisporre, non è primariamente un diritto! Ritengo sarebbe molto utile che la Chiesa, possedendo già un iter per verificare la validità del sacramento, si doti di percorsi per questo discernimento in ordine anche all’efficacia del sacramento stesso, soprattutto come «antidoto» alle separazioni dettate da incapacità/impossibilità nella convivenza, nella relazione.

A questo si dovrebbe poi affiancare l’altro elemento che è totalmente disatteso, ovvero il discernimento di carattere sacramentale. I due fidanzati sanno che con il sacramento del matrimonio diventeranno «segno visibile» di Cristo Gesù? Diventeranno segni, rappresentanti. Ad una persona che diventa rappresentante di un prodotto si richiede che conosca quel prodotto prima di venderlo. Ad uno che è costituito rappresentante, «attivatore» dell’amore di Dio per l’umanità, si deve richiedere che conosca Gesù, che di quel Dio Amore è il Volto! Come potrà mai essere segno, sacramento di un «prodotto» che non conosce, di una persona che nemmeno ha conosciuto, della quale non conosce i pregi, le capacità moltiplicatorie dell’amore, la potenza divina? Come potrà attualizzarlo, come potrà farlo conoscere?.

La grazia sacramentale è come «svuotata» in partenza, è devitalizzata perché manca il riferimento fondante, Gesù. Diviene, nel migliore dei casi, sacramento di se stesso, dei suoi talenti e dei suoi limiti. Ma non di Gesù.

Il problema è quindi decisamente a monte, manca la formazione nei corsi prematrimoniali alla parte sacramentale. Ci si concentra (giustamente) sulla validità del matrimonio ma non tenendo presente i requisiti minimi per l’efficacia. Ma quale prete, celebrando la s. Messa, punta solo alla validità? Quale Vescovo consacra dei sacerdoti puntando solo alla validità? Che le formule ed il rito siano formalmente corrette, che i giovani siano liberi … Oppure punta anche al fatto che questo sacerdozio sia efficace per la Chiesa? Ma allora come è possibile che noi continuiamo a celebrare il matrimonio senza preoccuparci della sua efficacia? E come è possibile che ci sia l’efficacia se non formo delle persone consapevoli del sacramento, dell’identità e della missione che genera?

Il matrimonio è un sacramento per la missione, trova il suo senso ed il suo compimento nella missione. Dobbiamo preparare al sacramento dove, come recita la quarta prece di consacrazione degli sposi, avviene una trasformazione (“Trasfigura quest’opera che hai iniziato in loro”), perché gli sposi siano Vangelo vivo tra gli uomini.

Continuamente il rito del matrimonio afferma che gli sposi sono chiamati a testimoniare, ad essere segno visibile dell’amore di Dio che ama l’umanità, di Gesù che ama la Chiesa. Dobbiamo educare gli sposi «all’ABC» di questa manifestazione, a sapere come si manifesta. Occorre insegnare come un uomo ed una donna siano l’uno per l’altro dono d’amore, come poter vivere e testimoniare l’amore di Dio per l’umanità e di Cristo per la Chiesa. Non lo abbiamo insegnato ma questo può essere solo insegnato, non fa parte dell’istinto umano ma è sola grazia: “Lo Spirito che il Signore effonde rende l’uomo e la donna capaci di amare come Cristo li ha amati” (FC, 13)

 

4) Nel dibattito sinodale c’è un equilibrio da mantenere, quello tra dottrina e pastorale. Cosa ne pensa?

Quando si parla di questo rapporto tra dottrina e pastorale credo sia più corretto ricollocare questo argomento in ordine al matrimonio e alla famiglia dentro un orizzonte più ampio. Non è in discussione, anche se sembra che lo stiamo facendo, la pastorale del matrimonio e della famiglia. È in discussione il volto della Chiesa! Di questo dovremmo renderci conto perché, come ho detto precedentemente, la famiglia rivela il volto della Chiesa. Solo comprendendo l’essenziale della Chiesa è possibile capire fino in fondo il significato della dottrina ed il significato della pastorale.

La Chiesa è la presenza di Gesù, la Sua presenza viva nel mondo. Se ho presente questo dato delle fede allora troverò la strada per comporre dottrina e pastorale, partendo dal fatto che Gesù è vivo. Se non parto da questo il rischio è quello di sistemare le coordinate teologiche del discorso ma non vivere la missione che Gesù ci ha affidato. I cristiani sono chiamati a dire che Gesù è vivo, che Gesù continua a vivere ed esprimersi in mezzo a noi, con la sua Parola, i suoi segni sacramentali, i suoi gesti di amore misericordioso. L’unica legge che salva l’uomo è l’amore e questo dà significato ai sacramenti e alla Parola, da significato anche a chi non crede, perché il primo fondamento di comunione con i non credenti, i divorziati, i risposati è l’amore!

Noi non saremo giudicati su «quante comunioni» abbiamo fatto, saremo giudicati sul «quanto e se avremo amato». Questo è il volto della Chiesa che rivela il Gesù amante dell’umanità, il cui amore si rivela attraverso la Parola e «passa» dai sacramenti, ma è anche un amore che oltrepassa il segno sacramentale e si estende oltre. In questa ottica evangelica siamo chiamati a rivedere e rivitalizzare tutti i sacramenti.

Noi stiamo mettendo in risalto la debolezza, la fragilità del matrimonio, ma non ci siamo accorti che sono fragili tutti i sacramenti? Pensiamo alla fragilità del battesimo, della confessione (sacramento quasi scomparso dalla vita cristiana), alla fragilità dell’Eucaristia (senza tanti giri di parole: oggi tutti fanno la comunione, confessati e non confessati). Il matrimonio si colloca in questa fragilità che è di tutti i sacramenti. Il momento in cui noi pensiamo di restaurare il sacramento del matrimonio, di rivitalizzare la pastorale familiare, ma non abbiamo rivitalizzato tutti i sacramenti, noi non avremo fatto nulla che duri e sia efficace.

Perché i sacramenti sono fragili? Perché nel tempo abbiamo perso l’origine dei sacramenti, la fonte, il riferimento sacramentale. Un sacramento se non «da» Gesù non da nulla. Ma come Chiesa abbiamo perso, meglio, abbiamo una scarsa consapevolezza, che nei segni sacramentali è Gesù vivo che si dona, non è un ripetere umano semplicemente rituale. Se non recuperiamo il significato originario dei gesti sacramentali, se a monte della celebrazione non c’è questa consapevolezza che nei gesti è Gesù stesso che agisce, perdona, salva, ama, nutre, come pensiamo di rivitalizzare i sacramenti? Solo nella misura in cui recuperiamo la fonte sacramentale, noi andremo a rivitalizzarli.

Sono convinto che il mio impegno pastorale in «Mistero Grande», il nostro operare in favore del sacramento del matrimonio, sia un lavorare per un recupero di tutta la sacramentalità della Chiesa. Ravvivare negli sposi la consapevolezza che Gesù è vivo e presente in mezzo a loro, significa ravvivare la consapevolezza che Gesù è presente nella Chiesa e che pone dei segni concreti come dono per le persone, perché formino il corpo della Sposa.

Di questi segni, cinque sono donati alle persone per se stesse. Due sacramenti invece sono donati alle persone in favore degli altri, per la salvezza altrui. Sono sacramenti per la missione, cioè è Gesù che vuole agire attraverso questi due sacramenti per edificare la Chiesa. Ma se non ho creato negli sposi la consapevolezza che Gesù è vivo e presente in mezzo a loro come posso sperare che vivano in pienezza il loro sacramento?

Se nel presbitero non ho creato la coscienza che Gesù è vivo e agisce per mezzo di lui, rischio di chiedere al prete di essere «sacramento dell’organizzazione»! Come se il prete potesse sentirsi a posto perché ha compiuto la parte burocratica, amministrativa, senza aver annunciato Gesù. E questo spesso accade, proprio perché abbiamo perso la dimensione sacramentale: abbiamo preti bravi ma non preti santificanti, personalmente buoni ma ecclesialmente non «efficaci», perché il riferimento del loro agire sono le cose da dover fare e non la consapevolezza di essere sacramento di Gesù Pastore, Capo, Sposo. Questo accade non perché non sono persone buone. Sono bravi, bravissimi, si spendono in tutto. Ma oscurando il sacramento li abbiamo resi fedeli all’organizzazione anziché fedeli a Gesù. La fedeltà a Gesù si misura nel cuore: “Pietro mi ami tu?”. Non è la fedeltà alle cose che faccio, è la fedeltà del cuore allo Sposo che ha dato se stesso per me.

Questa è la fedeltà che chiediamo agli sposi quando proponiamo l’ideale del sacramento del matrimonio. Allora non possiamo pensare di trovare una soluzione ai vari problemi senza questo recupero della radice sacramentale. Si possono tentare e ricercate soluzioni graduali in questo «tempo di mezzo» ma l’orizzonte deve essere la bellezza della vita di grazia. Altrimenti rischiamo di avere una Chiesa dove forse i risposati potranno fare la comunione, ma il Popolo di Dio non crederà più, non comprenderà più «cosa è» e cosa dona l’Eucaristia! Cos’è più urgente?

Mi sembra che questo Sinodo per la famiglia sia veramente l’occasione per collocare il matrimonio nella Chiesa e la Chiesa nel matrimonio. Che la chiave di volta per comprendere e realizzare l’ecclesiologia di comunione indicata dal Concilio Vaticano II sia il matrimonio, è comprensibile alla luce del fatto che attraverso il matrimonio si vanno a toccare e si possono sanare le relazioni, le persone, le ferite di ogni generazione (nonni, coniugi, figli) e di tutti gli ambiti nei quali queste persone vivono.

Oggi nelle persone ferite, che stanno male, dobbiamo riscoprire e vedere quel costato aperto che ci rivela l’abisso infinito del mistero di Gesù, ci richiama la sua Presenza, annuncia al mondo che Lui è il Crocefisso risorto! Prima ancora che in qualsiasi coppia di sposi, Lui è da intravedere nelle coppie di sposi feriti, perché Lui è il Separato. Lui è lo Sposo della Chiesa che nell’atto supremo del dono d’amore sulla Croce è stato abbandonato da quasi tutti. Se non riscopriamo Gesù anche in questo, è difficile trovare la via pastorale. Viceversa scopriamo che veramente la pastorale è dare spazio a Gesù vivo, dare corpo, agibilità a Gesù risorto che agisce mediante il suo Corpo che è la Chiesa.

Non possiamo pensare che la soluzione dell’accoglienza dei divorziati consista nel dare loro la comunione, come qualcuno ipotizza. Non possiamo pensare che data la comunione abbiamo risolto il problema. Noi non possiamo affidare all’Eucaristia ciò che non riusciamo, che non facciamo come Chiesa. Stiamo dando all’Eucaristia il compito di sostituire i nostri peccati. Come comunità cristiana non riusciamo a far sentire ai nostri fratelli divorziati risposati l’amore misericordioso di Dio, non riusciamo a farli sentore accolti, abbracciati, amati, non riusciamo a farci un «corpo uno» con loro, quindi diciamo: fallo tu Gesù che sei nell’Eucaristia! Questo è molto più comodo, anche perché così possiamo continuare a fare quello che abbiamo sempre fatto, cioè lasciar fuori, emarginare nelle relazioni, nell’essere corpo. Al massimo facciamo qualche gesto, qualche cosa in più.

Siamo noi che dobbiamo diventare Eucaristia per gli sposi in crisi, per le coppie ferite, per i risposati. Per far loro capire che se c’è un’indissolubilità che non è stata conservata, un amore che è stato tradito, dall’atra parte c’è un indissolubilità eterna, un amore che non tradisce, quello di Dio per ogni uomo! Gli sposi sono lì a dire: guarda che Dio ti ama indissolubilmente, non per i tuoi meriti ma per pura grazia, ed i primi testimoni di questa misericordia siamo noi. La Chiesa intera, come Corpo, annuncerà ai divorziati risposati che la promessa irrevocabile di Dio anche verso di loro è viva, e lo testimonierà con l’amore per ciascuno di loro. L’amore indissolubile testimoniato e donato nell’Eucaristia, dobbiamo innanzitutto affidarlo alla cristianità, agli sposi sacramento dell’amore indissolubile, che devono e possono dire ad ogni uomo, compresi i divorziati risposati,  che l’amore di Dio è indissolubile.

Due sono le indissolubilità: quella di Dio con l’umanità e quelle degli sposi tra loro, i quali partecipano di quella indissolubilità. Nel momento in cui viene meno l’indissolubilità coniugale, dobbiamo dire che permane l’indissolubilità di amore che Dio ha per ognuno di noi. Cessa un segno (quello dei coniugi), ma non cessa questo amore di Dio.

Per questo rimango convinto che separare dottrina e pastorale sia uno sminuire il mandato di Gesù. Questo tempo ci invita a ricercare le radici dell’indissolubilità e a fare una operazione di verità. Sono convinto che molti matrimoni falliti, dai quali si generano situazioni di irregolarità, siano in verità sacramenti nulli. Credo che una strada da percorrere, nella fedeltà a Dio e all’uomo, sia quella di verificare e dichiarare la nullità di tanti matrimoni. Successivamente, se saranno necessari altri passi, il Signore ce li farà capire. Ma ritengo sia bene compiere un passo alla volta.

Non abbiamo messo limite alla «fonte» delle separazioni che è l’inadeguata preparazione al matrimonio e l’inefficace accompagnamento dei giovani sposi. Ora non mi sembra corretto coprire i nostri errori, le nostre deficienze, facendo una «sanatoria» che non ci conduca ad una conversione spirituale (riscoprire la radice sacramentale della Chiesa) e pastorale (rinnovare i percorsi di preparazione e accompagnamento).

Non so se la mia visione è corretto, non pretendo di possedere la verità. Ma la Chiesa ci insegna che ogni Messa comincia con la confessione dei peccati, con il desiderio di conversione. Credo che all’inizio di questo percorso dobbiamo innanzitutto fare un esame di coscienza, dal quale far scaturire propositi di vita nuova, affidandoci alla misericordia e alla grazia del Signore che fa nuove tutte le cose.

La Chiesa dal Concilio in poi, da oltre 40 anni, parla di preparazione al matrimonio. Nel 1994 i Vescovi italiani scrivevano che la pastorale prematrimoniale era chiamata ha “rinnovarsi profondamente o rendersi sempre più ininfluente e marginale” (Direttorio per la Pastorale Familiare in Italia, n. 40). Sono passati quasi vent’anni ma è cambiato quasi niente. Mi domando allora cos’è che deve cambiare? Deve cambiare il fatto che noi riscopriamo che il matrimonio è un dono sacramentale. L’indissolubilità è un dono, come è espresso molto bene nella relazione finale del Sinodo. Ciò che va cercato e sviluppato allora è il «perché» il matrimonio sia un dono (formare alla dimensione sacramentale) e il «come» è un dono: come ci si prepara, come si vive, come opera questo dono. Non possiamo accontentarci di una dichiarazione, quello che manca nella Chiesa è la rinnovata capacità di contemplare il senso delle nozze, di quelle nozze che, collocate all’interno dell’orizzonte biblico, dentro l’orizzonte teologico, divengono ipotesi ermeneutica per rinnovare la prassi pastorale e il volto missionario della Chiesa.

Non possiamo affermare che la famiglia e il matrimonio sono al centro dell’attenzione della Chiesa, che il matrimonio è cellula fondamentale della Chiesa e della società, e poi lasciarlo «frammento» della riflessione teologica. Basti guardare le pubblicazioni sul matrimonio anche in questo periodo in cui sono uscite varie pubblicazioni: non sul sacramento del matrimonio ma su quanto e come possa essere preferibile legiferare in ordine alla comunione ai divorziati risposati, per le famiglie ferite, sulla riflessione nel rapporto tra prassi pastorale e dottrina … Ma è il sacramento che ci da la luce, se non capiamo il sacramento andiamo a tentoni non seguendo la stella polare del progetto divino. L’escatologia cristiana annuncia che Dio vuole entrare ed essere in comunione, in unità, in «una caro» con l’umanità e con ogni uomo: “E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28), per questo “Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni! »” (Ap 22,17).

Su questo punto vorrei segnalare la testimonianza di un gruppo di risposati che sto accompagnando da tre anni. Accanto ad una iniziale rabbia sconfinata, si è arrivati a godere del fatto che Dio ha dato alla Chiesa (non a qualche coppia di sposi!) il dono delle nozze. Perché la Chiesa è interprete di quelle Nozze che poi nella vita quotidiana vanno vissute, incarnate. Ma la debolezza della riflessione teologica e la conseguente debolezza della prassi pastorale  rendono difficile questo passaggio. L’analogia nuziale, cioè la comprensione della vita cristiana come esperienza d’amore unitivo con Dio e con i fratelli/sorelle, come può essere intuita e donata al mondo se rendiamo sbiadita, «insapore» la sua prima esperienza concreta, tangibile, quella del sacramento del matrimonio? Qui non si tratta di affermare «quando» Gesù ha istituito il sacramento del matrimonio, ma di capire che Gesù ha «celebrato» le Nozze! Gesù è lo Sposo, nel momento in cui ha voluto unire la Sua carne all’umanità, il Verbo eterno «una caro» con la carne umana, realizzando una unità della quale gli sposi non saranno mai totalmente capaci di esprimerne il segno ma della quale sono sacramento. Gesù è lo Sposo nel Suo donarsi e generare la Chiesa Sposa sulla Croce. La tradizione dei Padri su questo punto è incontrovertibile. Gesù è lo Sposo nel segno dell’Eucaristia, nella quale Egli ha realizzato Nozze che sono impensabili umanamente: Io, il tuo Dio, mi faccio tua carne perché tu possa essere «una sola cosa» con Me! Non c’è unità umana che possa dire l’altezza delle Nozze eucaristiche, dell’unità che Gesù realizza nella comunione. È la «una caro eucaristica» che si realizza tra il corpo di Cristo Risorto e il corpo di ogni fedele che vi partecipa, tra il Capo e il Corpo, quello che Agostino chiamava il «Cristo totale». Anche di queste Nozze gli sposi sono segno, sacramento di questa volontà di Dio di unirsi ad ogni carne. Per questo la sacralità di un matrimonio non va cercata in un documento storico ma va cercata in Gesù.

 

5) Cos’è Mistero grande e come opera?

Da circa sette anni, unitamente ad un piccolo gruppo di famiglie e singole persone provenienti da varie parti d’Italia, abbiamo dato inizio ad un progetto pastorale in favore della famiglia denominato «Progetto Mistero Grande». Si tratta di un percorso articolato che intende offrire alla Chiesa e alla famiglia cristiana un approfondimento teologico, esperienziale e pastorale del tesoro di grazia contenuto ed espresso dal sacramento delle nozze, mediante l’organizzazione di convegni teologici annuali, di settimane di studi ed incontri di formazione permanente, di gestione di laboratori di spiritualità e pastorale coniugale e familiare.

Scopo del progetto è promuovere e far interagire conoscenze ed esperienze da offrire agli uffici di pastorale familiare, alle parrocchie, alle associazioni che operano per la famiglia, ad ogni famiglia che senta il desiderio di crescere nella comprensione e nella capacità di vivere secondo il sacramento ricevuto, perché il dono delle Nozze possa essere promosso, custodito, valorizzato nella Chiesa e nella società. Non quindi un movimento ecclesiale, una aggregazione intorno ad un carisma personale, ma un percorso di formazione ecclesiale, un formare sposi e operatori di pastorale familiare perché siano poi sale, lievito, grano buono nella loro terra, sotto la guida dei loro pastori. Questa è una delle caratteristiche specifiche del progetto.

Uno dei servizi essenziali che offriamo nella Chiesa è la promozione di Convegni a carattere teologico – esperienziale, incentrati sul tema de “La grazia del sacramento del matrimonio”. Mediamente abbiamo una presenza di circa 550 adulti e 200 figli, in rappresentanza di oltre 80 diocesi e di tutte le regioni ecclesiastiche d’Italia, oltre a delegazioni da paesi stranieri (Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Romania, Slovacchia tra le altre). Strumenti di diffusione dei contenuti teologici e pastorali del Convegno sono la collana “Famiglia Dono Grande” edita da Cantagalli ed il sito www.misterogrande.org.

Unitamente al Convegno il Progetto Mistero Grande promuove percorsi di:

-       formazione spirituale, attraverso l’offerta di ritiri spirituali (i «Seminari») e giornate di preghiera/adorazione (in particolare l’«Oreb per la famiglia»), cicli di catechesi a tema (trasmesse tramite la «Web TV» di Mistero Grande), pellegrinaggi per famiglie nei luoghi francescani (grazie ad una comunione fraterna con la Provincia Umbra dei Frati Minori di s. Maria degli Angeli)

-       formazione teologica, attraverso l’offerta di conferenze e percorsi di studi (in particolare le «Scuole di Evangelizzazione», «Sponsa Verbi», i «Percorsi per operatori di pastorale per i fidanzati»)

-       formazione pastorale, attraverso la formazione e l’offerta di strumenti di evangelizzazione per fidanzati («A due a due li mandò») e giovani coppie («Missione sposi»), per sostenere e far riscoprire la bellezza del rapporto di coppia («The Marriage Course») e del ruolo educativo dei genitori («The Parenting Course»), per scoprire e realizzare il potenziale di evangelizzazione che sposi e sacerdoti sono chiamati a donare alla Chiesa e al mondo (le «Comunità Familiari di Evangelizzazione»)

-       attenzione, formazione e crescita in situazioni specifiche, come la fedeltà al proprio matrimonio nella separazione («Sposi per sempre»), la fecondità spirituale inesauribile anche a fronte di una infertilità biologica («Padri e madri sempre»), un cammino di fede per divorziati risposati illuminati dalla misericordia dell’amore di Dio («Al pozzo di Giacobbe»)

Tutte queste attività e quelle che il Signore vorrà ispirarci sono promosse attraverso la collaborazione libera di quanti (sposi, sacerdoti, vergini, battezzati) hanno a cuore il sacramento del matrimonio, sotto la guida della Fondazione Famiglia Dono Grande.

Il fine ultimo della Fondazione è quello di far conoscere e far vivere la «Famiglia Dono Grande», sostenendo chi ne soffre la mancanza o l’incompiutezza e sollecitando chi la vive a mettersi a servizio degli altri. Condividere con tutti, senza giudicare chi vive diversamente da questo ideale, che la famiglia è il dono grande per il futuro dei nostri figli e delle future generazioni (dall’art. 2 dello Statuto). Nel suo agire si ispira alla concezione cristiana del matrimonio e della famiglia e ha lo scopo di promuovere e mantenere sicuro ed obbediente al Magistero della Chiesa il cammino del Progetto Mistero Grande.

 

Maggiori informazioni su ogni singola attività sono reperibili sul sito www.misterogrande.org.

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